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ABSTRACT
L'onda della Rivoluzione Francese sulle coste di
Napoli
A partire dal 1789 le notizie degli avvenimenti
francesi destarono prima sbigottimento e poi apprensione nella corte
borbonica. La regina Maria Carolina, dapprima appassionata ammiratrice
della rivoluzione - al punto da affermare "se non fossi regina
a Napoli, vorrei essere Robespierre" - successivamente modificò
in maniera radicale i suoi sentimenti. L'arresto di suo cognato
il re di Francia, Luigi XVI, e la successiva decapitazione (il 21
gennaio 1793), seguita dalla prigionia della sorella Maria Antonietta
(condannata a morte dopo 10 mesi), destarono in lei orrore e odio
profondo nel confronti dei giacobini. Un odio che neanche le stragi
seguite alla riconquista del Regno (dal giugno '99 in poi) riusciranno
a placare.
Anche a Napoli i giacobini, per la maggior parte
annidati nelle logge massoniche, cominciarono ad essere troppi,
e l'esempio francese non invitava alla tranquillità. Né
c'era molto da fidarsi del popolo minuto e tanto meno della borghesia
e della nobiltà. L'uno, composto dalla plebe della capitale
e dai contadini delle province, era volubile, anche se non aveva
"altro barlume d'idea politica che la potenza del Re"
e l'altra, così come i nobili, era opportunista. "Mancava"
ad essi "la necessaria elevazione d'animo per appropriarsi
di un concetto politico, sentisse la bellezza, assumerne i doveri,
lavorare e sacrificarsi per esso"(1) I. E ciò lo rendeva
ancora più infido.
Gli eventi incalzavano: i francesi comandati dal
generale Berthier marciarono su Roma e proclamarono la Repubblica
il 15 febbraio dei 1798, proprio l'anniversario della elevazione
al papato del Pontefice in carica, Pio VI. Era questi un uomo mite
e prudente che si consegnò ai vincitori chiedendo solo di
morire nel luogo nel quale era vissuto. Ma il commissario francese
Haller gli rispose che avrebbe potuto morire ovunque. Gli strappò
gli anelli dalle dita, ordinò che fosse portato a Siena e
da qui cominciò il suo peregrinare: si trasferì alla
certosa di Firenze, poi a Parma, quindi a Torino e da Torino in
Francia, prima a Briançon, poi a Grenoble e infine a Valenza
dove morì il 29 agosto del 1799.
Nel mese di maggio del 1798 apparve nel Mediterraneo
la flotta francese che trasportava quarantamila uomini agli ordini
del generale Bonaparte. Si temette allora che fosse imminente l'invasione
della Sicilia e ciò fu causa di serie preoccupazioni per
i sovrani dei Regno. Quando poi si seppe che il convoglio era diretto
in Egitto, Ferdinando e la sua consorte ricuperarono quel tanto
di serenità che si trasformò addirittura in euforia
quando seppero che alle foci del Nilo nella baia di Abukir, la flotta
che aveva trasportato l'esercito francese era stata imbottigliata
e distrutta da quella dell'ammiraglio inglese Orazio Nelson (1°
agosto 1798). Il 22 settembre l'ammiraglia Vanguard con a bordo
il vincitore di Abukir fece il suo ingresso trionfale nel porto
di Napoli. Il primo che andò a congratularsi con l'eroe del
Nilo fu l'ambasciatore inglese lord Hamilton con sua moglie Emma,
"donna incomparabile e divina"(2) ebbe a dire poi Nelson
(che ne diventerà l'amante). Ma lady Hamilton era anche una
gran commediante, giunta sul ponte di coperta della Vanguard gettò
le braccia al collo di Nelson ed esclamò: "Oh Dio! È
possibile?" e svenne. "Cadde tra le mie braccia"
- scrisse Nelson a sua moglie - "più morta che viva".
Si liberò dal suo estatico rapimento solo dopo le ventuno
salve di cannone che annunciarono la presenza del re a bordo. Solo
allora lasciò il suo eroe per consentirgli di ricevere gli
omaggi del sovrano, che andandogli incontro esclamò: "Salvatore
e Protettore"(3).
Maria Carolina, a letto con la febbre(4), non faceva
parte del comitato d'onore, ma alle feste che vennero date a corte
nei giorni successivi partecipò manifestando con entusiasmo
i suoi sentimenti di stima e ammirazione per quello che sarà
il più spietato sterminatore dei patrioti napoletani.
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